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Igiene e Sanità Pubblica è una rivista scientifica fondata nel 1945
da Gaetano Del Vecchio.

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Editoriale
Editoriale La BSE: un insegnamento per la sanità pubblica

Lo scalpore suscitato dalla epidemia di encefalopatia spongiforme bovina (bovine spongiform encephalopathy = BSE), conosciuta come "malattia della mucca pazza", merita una riflessione perché vi si possono individuare alcuni temi molto utili al dibattito in sanità pubblica e per la sanità pubblica.
Dal punto di vista scientifico ci sono ancora incertezze sulla epidemiologia umana della malattia (cfr. IgSanPubl 1998, 54, 365-374), ma non vi è dubbio che il capitolo presente in tutti i manuali di Igiene delle infezioni alimentari e delle antropozoonosi si è arricchito di un nuovo argomento.
La BSE potrebbe anche entrare a far parte del gruppo delle malattie provocate dall'azione umana (alla pari dell'inquinamento ambientale): la somministrazione di alimenti "contaminati" dall'agente patogeno, al di là del fatto che si tratta di "cannibalismo animale", rientra nella problematica molto ampia della tutela igienica degli alimenti che è uno degli argomenti più noti dell'Igiene alimentare e tocca sul vivo le tematiche della sorveglianza e vigilanza sanitaria.
Non vi è dubbio che alla base della vicenda ci siano interessi economico-commerciali, e cioè produzione di carni animali a più basso prezzo, ma non va trascurato il fatto che il riciclo di fonti energetiche (in questo caso proteine animali) costituisce un fondamentale obiettivo ecologico. L'alimentazione animale con rifiuti alimentari ha sempre accompagnato l'allevamento del bestiame e, ancora oggi, quando si va alla ricerca del "cibo genuino" si vogliono animali allevati in ambiente domestico. Questo non significa ovviamente che gli animali debbano diventare "pattumiere biologiche", o peggio, "macchine per lo smaltimento di rifiuti".
Dal punto di vista squisitamente tecnico, prendere decisioni in questo campo è difficile. Un lato del problema è che la BSE è stata definita inizialmente ed "autorevolmente" come un problema esclusivamente veterinario (commissione Southwood, febbraio 1989) ed è stato inizialmente del tutto trascurato il principio di precauzione (cfr. IgSanPubl 2000:56,243-262), al contrario di come è avvenuto per l'AIDS. L'altro lato è che le Autorità di sanità pubblica dovrebbero attentamente valutare le ricadute in ambito nutrizionale della riduzione di carne bovina nella dieta che la gente si autoimpone
(o impone ai propri figli) a seguito di un dibattito troppo influenzato dalla voce non specialistica dei mass-media e che la preoccupazione per la fame nel mondo deve suggerire la massima cautela per la distruzione di derrate alimentari a basso rischio.
La comunità scientifica e quella dell'informazione condividono una gravosa responsabilità: le loro comunicazioni, poiché riguardano fatti, dovrebbero essere documentate, imparziali, verificabili e l'etica professionale dovrebbe dare indicazioni di comportamento in tema di onestà intellettuale, schiettezza dei consigli, semplicità e comprensibilità dei messaggi. Ma sono i fatti a dimostrare, oltre che la scienza stessa ad ammettere, l'esistenza dell'incertezza. Gli operatori di sanità pubblica, come esperti della materia
(il cuore della loro attività è l'epidemiologia e profilassi delle malattie) e con il compito di educatori sanitari della popolazione, devono essere i primi a fare seria e responsabile opera di democratizzazione e divulgazione delle informazioni (cfr. IgSanPubl 1999:55,
1-4). È sbagliato voler nascondere gli eventi, e le loro conseguenze, appellandosi alla difficoltà di comprensione, interpretazione e distorsione dei non esperti (tesi presente in una parte del mondo scientifico), come pure, cadere nell'eccesso opposto, usando il catastrofismo e lo scandalo per ottenere audience (peculiare di una parte del mondo della comunicazione).
Parallelamente all'aumento del livello culturale ed economico della popolazione prende corpo, insieme ad una maggiore attenzione agli aspetti della salute e del benessere, una domanda di "autorevolezza informativa" (1). Ma l'analisi di quanto è accaduto nella oramai pluriennale epidemia di BSE, identificata per la prima volta in Gran Bretagna nel novembre 1986 (cfr. IgSanPubl 1996:52,129-132), fa toccare con mano che gli operatori di sanità pubblica sono venuti meno ad una loro specifica attribuzione: essere i referenti autorevoli ed ascoltati degli addetti alla comunicazione di massa, e direttamente della popolazione, sui problemi riguardanti la tutela della salute.
La percezione e la tolleranza dei rischi per la salute nella popolazione sono strettamente collegati all'esercizio dei mass media, basti ricordare il centinaio di casi di malattia umana di BSE finora registrati in tutto il mondo, anche se ad elevata letalità, hanno generato più panico degli 90 mila casi di mortalità evitabile che si registrano ogni anno nella sola
Italia (2). Le questioni e anche le polemiche che riguardano i rischi per la salute (ed
anche per il connesso ambiente ecologico) sono diventate materia abituale della vita pubblica contemporanea in tutti i paesi. Vi è una maggiore sensibilità ed attenzione dei cittadini ai rischi per la propria salute, o forse più banalmente per il proprio benessere. Contemporaneamente aumentano più che proporzionalmente i rischi legati alle veloci innovazioni tecnologiche e alla loro diffusione in mercati sempre più globalizzati e diventano sempre più imprevedibili le conseguenze dei rischi per la salute perché la ricerca in questo campo è di fatto più lenta delle produzioni potenzialmente rischiose. Il problema della salubrità degli alimenti transgenici, tema anch'esso di accanite discussioni tra esperti (cfr. IgSanPubl 2000:56,49-59), è a questo proposito esemplare. L'identificazione di sempre nuovi fattori di rischio, personali ed ambientali, e la acritica informazione al pubblico di questi rischi "probabilistici", ha collocato alcuni gruppi di popolazione, spesso di fatto praticamente tutta la popolazione, in uno stato perennemente pre-morboso (3), originando un'immotivata domanda di assistenza e di interventi di prevenzione spesso a scapito di quelli realmente utili e necessari. È un compito gravoso insegnare alla gente a selezionare solo i rischi gravi, a cui l'abitudine spesso non dà rilievo (ad es. fumo di sigaretta o guida pericolosa), tollerando quelli estremamente improbabili (come sembra essere per ora l'infezione da BSE).
È opinione comune che le decisioni politiche riferite alla sanità pubblica vengano prese a seguito di un processo razionale di selezione di opzioni fortemente sostenute da prove scientifiche, non a caso si ricorre a scienziati ed esperti per aiutare a schematizzare gli eventi e a soddisfare l'opinione pubblica. In verità le scelte politiche sono una sintesi non necessariamente razionale dei vari interessi in gioco e normalmente in tale sintesi gli interessi più forti tendono a pesare di più. Le cognizioni scientifiche, quando esistono, possono tutt'al più suggerire ma mai obbligare: il rapporto Philips (cfr. IgSanPubbl 2000, 56, 517-523) ammette esplicitamente che nell'estate del 1996 la politica governativa intese placare più il turbamento e l'agitazione dei consumatori di carne bovina che recepire i risultati delle ricerche scientifiche svolte sino ad allora. Secondo alcuni (4) le scelte politiche nel caso della BSE hanno subito l'impatto delle logiche di mercato che hanno preso il sopravvento sulla regolamentazione ed il controllo delle Autorità sanitarie. L'aziendalizzazione esagerata delle strutture sanitarie, anche di quelle deputate alla difesa della salute pubblica, indebolisce la loro posizione facendole ricorrere al mercato per sovvenzionarsi, perché il mercato è in pratica costituito da coloro che devono essere controllati. È spesso necessario privatizzare i servizi pubblici per far loro acquisire efficienza, compresi quelli sanitari. Ma la sorveglianza e le correzioni del mercato restano certamente compiti essenziali dello Stato e sono cruciali e strategici gli aspetti di indipendenza di queste ultime funzioni.
Gli operatori di sanità pubblica devono continuare ad eseguire i loro compiti e le loro funzioni anche in presenza di continui cambiamenti organizzativi del sistema sanitario ed in condizioni non favorevoli al prevalere dei comportamenti razionali su quelli emotivi.
Nel caso della epidemia di BSE si registrano evidenti carenze nella sanità pubblica, intesa come scienza ed arte di prevenire le malattie e di assicurare il benessere dei cittadini
(e degli animali). Sono venuti meno, dal punto di vista scientifico, il rispetto dei principi della vigilanza sanitaria e la tempestiva applicazione delle misure di prevenzione che dovrebbe costituire abituale metodo di pensiero e di azione delle autorità sanitarie e non rettifica delle conseguenze delle emergenze quando queste se rendono vistose.
Dal punto di vista politico non si è riusciti a convincere i decision-makers a privilegiare l'interesse sanitario su quello econ omico ed è mancato il controllo della comunicazione incrinando il rapporto fiduciario e di credibilità degli "esperti" da parte della gente.
Se queste considerazioni sono condivisibili, e se gli errori possono servire alla loro eliminazione, l'epidemia di BSE può essere riguardata dagli operatori di sanità pubblica come stimolo a far meglio e di più.

Note  
(1) Cfr. Nadio Delai (a cura di). Il bisogno di qualità nell'informazione sanitaria. Indagine sulle famiglie italiane, Ermeneia, Roma, ottobre 2000.
(2) Cfr. Prometeo - Atlante della Sanità in Italia, Roma, ottobre 2000 (IgSanPubl 2000, 56, 432).
(3) RISKA E. The rise and fall of Type A man. Soc.Sci.Med. 2000, 51, 1665-74.
(4) MILLER D. Risk, science and policy: definitional struggles, information management, the media and BSE. Soc.Sci.Med. 1999, 49, 1239-55.