|
Un
tempo fluido, in cui prevalgono non certezze scientifiche ma opinioni,
talvolta ardite, caratterizza questa stagione. Si avverte la necessità
di fermarsi a riflettere, per liberarsi da un crescente scetticismo,
per contrastare la caduta di credito di ogni riferimento di programmazione
dell'azione pubblica. I dati demografici segnalano un cambiamento
radicale della struttura della popolazione e quelli epidemiologici
riscontrano il tendenziale aumento delle fragilità che
si accompagnano all'invecchiamento, alla disabilità, alle
malattie mentali, alle tossicodipendenze, alla immigrazione, alla
reclusione ed agli altri fenomeni di perdita di salute per cronicità,
disagio o semplicemente povertà. (1)
È facile osservare che i sistemi sanitari stanno soffrendo
la discrepanza tra risorse disponibili e bisogni di assistenza
e di protezione sanitaria e sociale e non è casuale che,
per tale motivo, si rende sempre più necessario sottoporre
a scrutinio la performance dei sistemi sanitari (2)
attraverso anche il ricorso alla impostazione manageriale della
gestione dei servizi sanitari (3). Se si
potesse disporre di un sicuro sistema di indicatori atto a misurare
i risultati/effetti dei sistemi sanitari sarebbe più facile
determinare dei livelli di assistenza adeguati e non basati solamente
su criteri economici. Tali indicatori sarebbero di utile supporto
al management sanitario che avrebbe sicuri riferimenti per valutare
l'efficacia della sua gestione. Ciò potrebbe permettere
infine l'introduzione di nuovi metodi di gestione basati su prove
di efficacia.
In Italia si stanno attuando riforme anche se non è ancora
del tutto chiara la coerenza del loro disegno strategico (non
è senza conseguenze il cambiamento della guida politica
del paese a seguito delle elezioni del 13 maggio 2001) ed è
quasi completamente assente l'auspicato sistema di indicatori.
I cambiamenti tendono ad ispirarsi al "processo di riforma
dei sistemi di welfare che ha impegnato tutti gli stati dell'Unione
Europea in tempi diversi e con modalità specifiche ma è
sembrato e sembra essere generalmente condotto all'insegna di
un omogeneo riferimento: creare le precondizioni legislative e
programmatiche per rendere i sistemi statali di welfare più
federali, più integrati, più aziendalizzati".
(4)
La riforma federalista in atto in Italia porterà inevitabilmente,
nonostante ogni volontà di porre mano a correttivi, alla
creazione di 21 servizi sanitari (regionali/provinciali) con vantaggi
e svantaggi ai fini della tutela e promozione della salute. Tra
i vantaggi ci potrà essere una diversa, auspicabile differenziazione
della organizzazione e gestione dei servizi; tra gli svantaggi
il pericolo di un superamento dei livelli essenziali di assistenza
(LEA), unico e fragile baluardo alla uniformità territoriale
dei servizi e delle conseguenti prestazioni. Si può correre
il rischio che interventi di prevenzione (non precisati nei LEA)
possano essere erogati gratuitamente solo in alcune regioni ed
addirittura in non tutte le Aziende sanitarie della stessa regione
(l'applicazione dei ticket sanitari, diversi per modalità
e grado, decisi dalle regioni, è un segnale forte di questo
indirizzo).
Gli innumerevoli provvedimenti legislativi che hanno interessato
la sanità nell'ultimo anno hanno decisamente puntato alla
stabilizzazione della spesa sanitaria ed a porre vincoli economici
più cogenti, in pratica devolvendo la responsabilità
della spesa alle regioni (anche se tale soluzione potrebbe dimostrarsi
non idonea a contenere la spesa sanitaria). La creazione dei servizi
sanitari regionali tende ad evidenziare maggiormente la diversa
impostazione ideologica, con regioni (come Lombardia, Liguria,
Piemonte) che hanno adottato regole più vicine al libero
mercato, e con regioni (come l'Emilia-Romagna, la Toscana, le
Marche e l'Umbria) che non hanno abbandonato il modello dirigista
di governo della sanità. Le prime, pur permanendo forti
i richiami all'universalità dell'accesso e ad una visione
solidaristica della sanità, incoraggiano la competizione
tra erogatori di prestazioni (pubblico verso pubblico, pubblico
verso privato, privato verso privato). Il governo regionale delle
seconde detiene ogni potere di pianificazione e finanziamento,
vedendo il servizio privato come integrativo di quello pubblico.
Le altre regioni hanno optato per sistemi intermedi a queste due
opposte visioni oppure non si sono affatto schierate a favore
di una delle due posizioni.
Senza entrare nella diatriba delle due posizioni politiche, si
conferma comunque la necessità di entrare in possesso di
dati epidemiologici che possano misurare la performance delle
due tipologie di sistema di erogazione dei servizi sanitari e
monitorare in maniera imparziale l'impatto delle differenti strategie
organizzative e gestionali sulla salute della popolazione. (5)
Non sarà facile determinare i risultati in termini di stato
di salute globale della popolazione, ma saranno con tutta probabilità
evidenziate macroscopiche differenze sulla qualità dei
servizi forniti. Queste differenze, già esistenti, si andranno
ad accentuare perché le modifiche organizzative proposte
puntano proprio ad ottenere questo risultato. La ricaduta di questo
evento sulla domanda sanitaria, sulla migrazione sanitaria degli
assistiti, sui flussi finanziari intra- ed inter- regionali, sulla
mobilità degli operatori sanitari formerà ulteriore
argomento di studio ed approfondimento.
Gli argomenti cui bisognerà prestare maggiore attenzione
saranno molto plausibilmente quelli che esprimono le preoccupazioni
dei cittadini nei confronti dei servizi sanitari di tutte le regioni:
(6) 1. il razionamento delle prestazioni;
2. le carenze della rete territoriale di assistenza primaria e
riabilitativa; 3. il peso della burocrazia; 4. gli errori dei
medici.
La riforma che, una volta portata a termine, avrà la potenzialità
di incidere maggiormente in termini di tutela, e specialmente
di promozione, della salute è quella sociale. (7)
Il motivo va ricercato nella transizione demografica ed epidemiologica
che sollecita in maniera indilazionabile l'integrazione di interventi
di natura sociale e sanitaria. Anche se muove i primi passi, la
pratica dell'integrazione tra servizio sociale e servizio sanitario
è tuttavia cresciuta, grazie dell'autonomia funzionale
accordata ai distretti (almeno in alcune regioni) ed all'esperienza
di molte realtà territoriali, offrendo notevoli stimoli
di rinnovamento delle modalità per la tutela della salute.
(8) Ciò anche se, in carenza di un
numero sufficiente di idonee figure professionali (il dirigente
dei servizi sociali è presente solo in poche realtà),
la integrazione tra assistenza sanitaria e sociale, specialmente
a livello periferico, dovrà essere governata da chi ha
fatto della organizzazione e gestione dei servizi sanitari la
propria attività professionale.
Per concludere, ognuno dei tre settori di riforme in atto nel
nostro paese, istituzionale, sanitario e sociale, ha il potenziale
di fornire più autorevolezza agli operatori di sanità
pubblica, ma anche di impegnarli prima culturalmente e poi professionalmente.
Si sono infatti create le premesse per una azione più capillare
(decentramento amministrativo), più autonoma (autonomia
aziendale e distrettuale), più vicina ai cittadini (9),
in grado di trasformare gli operatori da "burocrati"
in "professionisti" della tutela della salute. Si avverte
infatti "l'esigenza di passare dal 'welfare state' alla 'welfare
community'", uno slogan entrato nel gergo politico e che
nasconde molti intenti, spesso tra loro contrastanti. Nelle buone
intenzioni, si tratta di passare da uno stato assistenziale, che
al vertice della piramide distribuisce assistenza e benessere,
ad una comunità intera che assume in prima persona la responsabilità
del proprio 'benessere'. I candidati naturali per dirigere (nel
senso di indicare la direzione) questo processo sono gli operatori
di sanità pubblica impegnati nell'attività di direzione
(nel senso di governo) dei servizi sanitari.
|